La pagina bianca
La pagina bianca
Ero a Milano, in macchina, dietro, con la testa appoggiata al finestrino mentre guidavano i miei. Guardavo fuori, la pianura padana che scorreva piatta, i capannoni, le file di alberi sempre uguali, e dentro ero piuttosto spento. Venivo da molti cambiamenti di casa e scuola, prima Parigi, poi l'Italia, le due lingue che mi si incastravano in testa e non usciva niente. A Milano avevo fatto un po' di scuola italiana e un po' di scuola francese, ma ero chiuso, non parlavo con nessuno, e la psicanalista aveva suggerito un collegio dove fare amicizia. Io in realtà pensavo soprattutto al mio Amiga500 e ai videogiochi, era l'unica cosa che mi teneva agganciato a qualcosa.
Si partiva da Milano per Sophia Antipolis, vicino ad Antibes, e io all'epoca pensavo alle Antille, mi vedevo il mare turchese in testa mentre fuori era autostrada grigia. Osservavo il paesaggio, leggevo, poi alzavo gli occhi e di nuovo campi, poi colline, poi i monti dell'entroterra della Costa Azzurra che cominciavano a salire. In macchina non parlavo quasi, ascoltavo i rumori, le frasi dei miei che rimbalzavano davanti, e io dietro avevo quella sensazione di essere già un po' altrove. Giocavo con le dita sul bordo della custodia dei libri, pensavo che forse in quel posto nuovo le cose sarebbero cambiate, ma non sapevo in che modo.
Non ero molto felice, era come se qualcosa dentro di me si fosse staccato, non so se per non stare male o per un altro motivo che ancora ignoro. Quando siamo arrivati vicino al collegio, ho visto il cartello all'ingresso, una frase di Paul Valéry: «enrichissons-nous de nos différences». La leggevo in francese e mi suonava bene, ma allo stesso tempo mi ricordava che lì le differenze erano tutto quello che avevo addosso. Quando ho capito che sarei rimasto lì, e che i miei sarebbero andati via, non è stato un momento preciso ma una specie di nodo che si è stretto nello stomaco mentre scaricavamo le valigie. Penso paura e tristezza, le sentivo insieme, che si mescolavano mentre seguivo con lo sguardo mio padre che parlava con qualcuno dell'amministrazione e mia madre che controllava i fogli.
Era un momento in cui mi sono ritrovato solo, davanti a una strada che non conoscevo, anche se intorno c'erano ancora loro e altri adulti che si muovevano sicuri. Mi hanno accompagnato al padiglione di «La Source», quello per i ragazzi piccoli, luminoso, con il pavimento in linoleum color acquamarina che rifletteva un po' la luce. Al centro di La Source c'era un patio con vegetazione, rocce e un tavolo da ping pong, l'ho notato di sfuggita, senza sapere ancora che lì avrei passato tanti pomeriggi. In collegio ho imparato a giocare a ping pong, ma quel primo giorno il tavolo era solo una superficie verde, muta, che non mi diceva niente. Mi è stata consegnata una stanza nel padiglione, una specie di duplex su due livelli, bello, io avevo il piano terra.
Sopra c'era quello che sarebbe diventato il mio primo amico di collegio, Julien, ma allora era solo un nome e una presenza che sentivo muoversi ogni tanto dal piano di sopra. Dentro, la camera era subito mia, almeno così me la sono raccontata, con il mio Amiga500 tirato fuori dalla scatola e posato sul tavolo. C'era il poster del mio unico mito, Albert Einstein, attaccato al muro, i capelli pazzi, la smorfia, il fatto che suonasse il violino e che fosse l'icona della genialità. Mi piaceva tutto di lui e averlo davanti mi dava una specie di compagnia silenziosa, diversa da quella dei miei genitori. E poi c'erano molti libri, li avevo sistemati in fretta, io leggevo tanto, riempivo gli spazi con le copertine allineate, come se facessero da barriera.
Qui ero come gli altri, nessun trattamento di favore, gentili, ma non come i miei genitori, e questa cosa la sentivo in ogni gesto, nelle parole misurate, nel modo in cui mi passavano le chiavi. Quella sera ho dormito lì da solo, i miei stavano ancora nell'albergo per i genitori, ma la transizione era fatta, almeno per me. Mi sdraiavo sul letto, guardavo il soffitto, poi giravo la testa verso Einstein e l'Amiga spento, come se da un momento all'altro si dovesse accendere da solo. Ero lì, senza amici ancora, avevo solo il mio Amiga500, e la sensazione che qualsiasi cosa sarebbe successa da quel momento in poi sarebbe partita da quella stanza. Una strana sensazione, da una parte paura, ma anche libertà, perché era di nuovo una pagina bianca, nessuno mi conosceva, nessuno sapeva chi ero, da dove venivo.
Era un modo per ricominciare, una cosa che avevo imparato a fare bene con tutti i cambiamenti di paese e scuole, anche se ogni volta lasciavo indietro un pezzo. Giocavo ai videogiochi, o meglio li immaginavo, perché quella sera credo di non aver acceso neanche il computer, eppure era come se qualcosa dentro di me fosse altrove, staccato. Penso di essere tornato in camera per giocare all'Amiga500 con Julien nei giorni dopo, ma quella prima notte la sua presenza sopra la mia testa era solo un rumore leggero, passi, un letto che si muoveva. Qui, nella stanza di La Source, con il linoleum acquamarina fuori dalla porta e il patio con le rocce e il tavolo da ping pong al centro, mi sono ritrovato davvero solo davanti a quella strada che non conoscevo.
Continua…
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